Un nuovo trofeo, due boicottaggi: perché la «corsia riservata» dei Grammy ha fatto infuriare la musica asiatica
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A giugno 2026 la Recording Academy ha presentato cinque nuove categorie per la 69ª edizione dei Grammy Awards, la cui cerimonia si terrà il 7 febbraio 2027. La novità di maggior rilievo è la Best Asian Pop Music Performance: per la prima volta nella storia, il pop asiatico ottiene una sezione dedicata all'interno della manifestazione musicale più influente del pianeta, portando il totale delle statuette a quota 100.
Sulla carta avrebbe dovuto essere un riconoscimento storico. Nei tre mesi successivi, però, la vicenda ha preso una piega imprevista: a fine luglio i BTS hanno annunciato che non presenteranno più alcuna candidatura ai Grammy; a ottobre, poche ore dopo la conferma da parte del CEO dell'Academy Harvey Mason Jr. che la nuova categoria avrebbe debuttato regolarmente, anche gli Stray Kids si sono uniti al boicottaggio. L'istituzione che aveva preparato un posto d'onore per la scena musicale asiatica si è vista rovesciare il tavolo proprio dagli invitati più attesi.
Per comprendere questo scontro frontale, occorre analizzare attentamente il testo del regolamento.
Regolamento alla mano: il premio celebra il «pop asiatico», non gli «artisti asiatici»
In base al comunicato ufficiale dei Grammy, la categoria premia «l'eccellenza artistica nelle esibizioni di musica pop asiatica nate nei mercati asiatici o ampiamente affermate al loro interno». L'ambito include K-pop, J-pop, C-pop e altre realtà regionali, ponendo però un paletto stringente: l'uso significativo di una o più lingue asiatiche. I brani interpretati interamente in inglese sono dunque esclusi da questo specifico premio, pur restando candidabili nelle categorie generali.

Due dettagli meritano particolare attenzione. Innanzitutto, i criteri fanno leva sulle caratteristiche di genere e di mercato piuttosto che sulla nazionalità o sull'etnia dell'artista: la norma definisce la «musica pop asiatica», non gli «artisti asiatici». In secondo luogo, il requisito linguistico taglia fuori dai giochi alcuni dei più clamorosi successi internazionali della storia asiatica: brani dei BTS come «Dynamite» e «Butter» sono cantati interamente in inglese e, con queste regole, non potrebbero nemmeno concorrere per un premio apparentemente ideato proprio per loro.
Le perplessità nascono proprio da come è stata costruita questa definizione. A una lettura attenta, la descrizione del «pop asiatico» fornita dai Grammy ricalca in modo fin troppo trasparente il modello K-pop: richiede un «sistema integrato di produzione musicale, performance scenica e impatto visivo», concepito sia «per l'ascolto che per l'esibizione dal vivo». Il critico musicale coreano Jung Min-jae ha evidenziato in un'intervista come le scene pop dei vari Paesi asiatici siano profondamente eterogenee e condividano pochissimi tratti comuni, avvertendo che raggrupparle in un unico contenitore avrebbe inevitabilmente alimentato malumori (come riportato nel reportage originale). Durante una tavola rotonda sull'emittente coreana Arirang, il professor David Kim della Keimyung University è stato ancora più esplicito: confinando il K-pop in una categoria a parte, i Grammy hanno di fatto eretto un «soffitto di cristallo» con una formula linguistica di facciata.

I numeri in gioco: un mercato impossibile da ignorare e un pubblico in fuga
La logica commerciale che spinge i Grammy a tendere la mano all'Asia è evidente.
Sul piano economico, l'Asia è diventata il principale motore di crescita dell'industria discografica mondiale. Stando al Global Music Report 2026 dell'IFPI (pubblicato a marzo 2026 su dati del 2025), i ricavi dell'area asiatica sono cresciuti del 10,9% rispetto all'anno precedente (dopo un modesto +1,3% nel 2024), confermandosi la prima regione al mondo per vendite fisiche con circa il 45,1% del fatturato globale; il Giappone è cresciuto dell'8,9%, blindando il secondo posto su scala globale; la Cina ha segnato un balzo del 20,1%, scavalcando per la prima volta la Germania come quarto mercato al mondo e risultando la realtà a crescita più rapida tra le prime 20. (Il report originario attribuiva questi numeri al «rapporto 2025», ma provengono in realtà da quello del 2026, come corretto in questa sede).

I dati sull'export fisico del K-pop sono ancora più sbalorditivi. In base ai rilevamenti della Korea Customs Service, le esportazioni di album K-pop hanno raggiunto 120 milioni di dollari nel primo trimestre del 2026, con un aumento del 159% su base annua: è il primo trimestre della storia a superare i 100 milioni, totalizzando da solo quasi la metà dell'intero export dell'anno precedente. Gli Stati Uniti si sono confermati la prima destinazione assorbendo il 28% del totale, con una crescita del 449,2% in Nord America e del 397,7% verso l'Unione Europea. Nel primo semestre l'export ha toccato quota 257 milioni di dollari, con il mercato USA che ha superato sia la Cina che il Giappone su base semestrale per la prima volta in assoluto.
Sul versante dell'evento televisivo, invece, i Grammy stanno vivendo un momento di forte appannamento. La 68ª cerimonia (1° febbraio 2026) ha raccolto appena 14,4 milioni di spettatori su tutte le piattaforme, con un calo di circa il 6%: il secondo ribasso consecutivo (16,9 milioni nel 2024, 15,4 milioni nel 2025, 14,4 milioni nel 2026), proprio nell'ultimo anno di trasmissione sotto il contratto con CBS. Per un premio storico a caccia di nuovo respiro, rivolgersi ai fandom più devoti, giovani e propensi alla spesa dell'intero panorama globale è stata una mossa obbligata.

In altri termini: non sono stati i Grammy a scegliere l'Asia; è stata la musica asiatica a raggiungere dimensioni tali da non poter più essere ignorata. E oggi sono i Grammy ad aver bisogno di essere scelti dall'Asia.
Anni di porte chiuse: zero vittorie su cinque nomination e un «Grammy K-pop» andato a una band fittizia
Gli artisti asiatici sono storicamente rimasti a bocca asciutta nelle categorie principali dei Grammy (Album, Record e Song of the Year, oltre a Best New Artist).
Basta guardare ai BTS: la loro pagina ufficiale sul sito dei Grammy riporta cinque nomination e zero vittorie, nessuna delle quali ottenuta nelle categorie regine. Il percorso va dalla candidatura per Best Recording Package alla 61ª edizione (2019) a tre nomine consecutive come Best Pop Duo/Group Performance per «Dynamite», «Butter» e «My Universe», restando sempre confinati nei premi di genere. Dopo la mancata vittoria di «Dynamite» nel 2021, i social vennero inondati dall'hashtag «scammys»: la sfiducia affonda le radici nel tempo. (Il report originale parlava erroneamente di cinque candidature nelle «categorie generali», dato qui rettificato).

Alla 68ª edizione dei Grammy, nel febbraio 2026, la situazione è cambiata solo in superficie. Il gruppo femminile globale KATSEYE ha ottenuto due candidature, per Best New Artist e Best Pop Duo/Group Performance, senza vincerne alcuna; ROSÉ delle BLACKPINK ha incassato tre nomination per «APT.», inclusa quella come Song of the Year, aprendo la serata come prima solista K-pop nella storia della cerimonia, ma tornando a casa a mani vuote. Il riconoscimento storico per il K-pop quella sera è andato invece a HUNTR/X, la band virtuale del film d'animazione Netflix KPop Demon Hunters: la loro «Golden» ha vinto come Best Song Written for Visual Media, diventando il primo Grammy in assoluto attribuito al K-pop.
Le superstar in carne e ossa hanno chiuso con un bilancio di zero vittorie su cinque; il primo gruppo K-pop a vincere un grammofono d'oro proveniva da un cartone animato. Nessun editoriale potrebbe fotografare la posizione riservata agli artisti asiatici con un'ironia più amara.
Eppure, quella stessa notte ha regalato un precedente di segno opposto: con Debí Tirar Más Fotos, Bad Bunny è diventato il primo artista nei 68 anni di storia dei Grammy a conquistare l'Album of the Year con un disco in lingua spagnola. La porta delle categorie generali non è sbarrata a priori: semplicemente, per la musica asiatica non è mai stata aperta.
I precedenti: Urban, Latin, African e le trappole dei «posti riservati»
La freddezza del K-pop verso questo nuovo premio non è un rifiuto del riconoscimento in sé, ma il riflesso di dinamiche già viste e documentate nella storia dei Grammy.
Primo esito: il cambio di facciata. Nel gennaio 2020, dopo aver vinto il Best Rap Album con IGOR, Tyler, The Creator contestò duramente nel backstage il fatto che le sue produzioni trasversali venissero sistematicamente relegate all'hip-hop, lasciando una dichiarazione rimasta celebre: «Non sopporto la parola “urban”: per me è solo un modo politicamente corretto per dire la n-word. Perché non possiamo semplicemente rientrare nel pop?» (ripresa da Okayplayer e altre testate). Cinque mesi dopo, la Recording Academy eliminò il termine «urban» da tutte le sue categorie.

Secondo esito: la vittoria al vertice con un nuovo recinto attorno. Dopo decenni di confinamento nei premi settoriali, la musica latina ha visto Bad Bunny conquistare l'Album of the Year nel 2026; ciononostante, nello stesso identico pacchetto di riforme, i Grammy hanno aggiunto la categoria «Best Latin Song», letta dai media americani come una valvola di sfogo per convogliare l'inarrestabile slancio latino altrove. Si apre un varco in vetta e contemporaneamente si alza una nuova staccionata: due realtà che possono coesistere.
Terzo esito: la contesa su chi decide l'identità di un genere. Quando nel 2023 i Grammy hanno istituito la Best African Music Performance, l'annuncio venne salutato come una svolta. Nel giro di pochi anni sono scoppiate le prime polemiche: la sudafricana Tyla ha trionfato due volte — con «Water» (2024) e «PUSH 2 START» (2026) —, diventando la prima artista a concedere il bis ma attirando critiche per via di uno stile giudicato «troppo occidentalizzato» e «poco africano», superando nel 2026 pesi massimi nigeriani del calibro di Burna Boy, Davido e Tems. Un articolo di Forbes ha riassunto il dilemma nel titolo: «Is Tyla Afrobeats?» (Il report originale indicava per errore il titolo «RUN 2 START», qui corretto).

Un commento del Guardian dell'ottobre 2026 ha inquadrato perfettamente il nodo della questione: l'Occidente continua ad avere una visione provinciale della musica africana, che non si misura dall'aderenza a canoni arcaici ma da chi la compone, dalle sue origini e dalla capacità di riflettere il passato, il presente e il futuro del continente. Quando i criteri di un premio finiscono per premiare solo le proposte locali che assecondano il gusto occidentale, la categorizzazione diventa esercizio di potere: stabilisce chi è autorizzato a rappresentare la musica di un intero continente. Il report iniziale, riprendendo una critica della testata africana OkayAfrica, ha parlato di «inclusione simbolica legata a logiche coloniali»: ti concedono un premio, ma sono loro a stabilire cosa sei.
Non mancano letture di segno opposto: secondo altri commentatori, brani come «PUSH 2 START», capaci di innestare l'amapiano sudafricano sul pop internazionale, incarnano l'essenza stessa della musica africana contemporanea («più africana di così non si può»). Questa disputa sull'autenticità non ha un giudice neutrale, ed è esattamente qui che risiede il problema.
Due boicottaggi e la replica dell'Academy: la contesa sul posto a tavola
Torniamo così all'estate del 2026.
Il 29 luglio i BTS hanno reso noto che non avrebbero presentato alcuna candidatura alla 69ª edizione dei Grammy, inclusa l'ultima release «Arirang». Nel loro comunicato si legge: «Abbiamo deciso di non partecipare ai Grammy quest'anno. Ci auguriamo che la musica possa essere ascoltata e amata per quello che è, senza distinzioni geografiche». HYBE ha successivamente chiarito che si è trattato di una decisione autonoma presa dai componenti del gruppo e non di un boicottaggio d'agenzia, confermando che gli altri artisti dell'etichetta si sarebbero candidati regolarmente, a quanto risulta per «tutelare la visibilità che il loro lavoro merita».
La dirigenza dell'Academy non ha mostrato ripensamenti. A ottobre, Harvey Mason Jr. ha confermato che la categoria Asian Pop avrebbe debuttato come previsto alla 69ª cerimonia, ribadendo un principio chiave: concorrere per il pop asiatico non impedisce di ricevere nomination anche nelle categorie generali. Poche ore dopo, gli Stray Kids hanno annunciato la propria adesione al boicottaggio. Secondo alcune indiscrezioni, i tre principali colossi dell'industria K-pop avevano inizialmente valutato una rinuncia in blocco, anche se la lista delle iscrizioni trapelata in seguito ha mostrato come alcuni artisti abbiano poi deciso di partecipare.
L'argomentazione di Mason regge sul piano formale: le categorie procedono in parallelo e vincere su entrambi i fronti è teoricamente possibile, come dimostra il trionfo di Bad Bunny nello stesso anno. Tuttavia, la frattura tra ciò che è «consentito dalle regole» e ciò che «non è mai avvenuto nella realtà dei fatti» è la ragione precisa per cui il K-pop diffida del sistema. Per una band con cinque nomination e zero vittorie, che vede i propri brani interamente in inglese esclusi persino dai criteri di un premio pensato su misura, l'invito a «gareggiare nelle categorie generali» suona più come una cortesia di facciata che come una reale promessa.
Categorizzare significa esercitare un potere
Mettendo insieme i fatti, il nocciolo della questione non è se sia opportuno o meno istituire un premio dedicato all'Asia: riguarda l'architettura di potere insita in qualsiasi sistema di catalogazione.
I Grammy hanno un bisogno vitale del mercato asiatico: con gli ascolti in calo da tre edizioni di fila, la scadenza del contratto con CBS e lo streaming che frammenta l'attenzione del pubblico, un export trimestrale da 120 milioni di dollari, una Cina in crescita del 20,1% e le community di fan più appassionate del pianeta compongono una leva economica a cui non si può rinunciare. Ma avere bisogno di un mercato non equivale ad accogliere davvero i suoi artisti: il vincolo linguistico esclude le opere asiatiche più celebri, la definizione modellata sul K-pop ingloba arbitrariamente l'intero continente e la correttezza procedurale del «doppio binario» viene usata per disinnescare ogni critica.
Nella storia quasi ogni «posto riservato» è nato con intenzioni dichiaratamente positive; l'esito reale è sempre dipeso dall'effettiva apertura delle porte principali. La categoria Urban è stata ribattezzata. La scena latina ha dovuto attendere Bad Bunny. Il premio per la musica africana è ancora prigioniero del dibattito su cosa sia legittimo definire «africano». Il verdetto per il pop asiatico arriverà solo il 7 febbraio 2027: vedremo finalmente artisti asiatici tra i candidati delle categorie generali? O forse la loro risposta definitiva è già arrivata attraverso due clamorosi boicottaggi?
A una sedia riservata si può sempre rinunciare. A una reale parità di trattamento, mai.
Fonti
- 音乐先声 (Music First Sound): 《格莱美为何惹K-Pop众怒?》 (articolo originale in cinese)
- Grammy.com: Five New Categories And Rule Updates Take Effect For 2027 Grammys
- The Guardian: BTS withdraw from Grammys over Asian pop category
- The Korea Times: After Asian pop category launch, BTS says it won't submit music to Grammys
- BBC: K-pop giants Stray Kids join BTS in boycotting the Grammys
- Rolling Stone: Grammys CEO confirms Best Asian Pop category will debut in 2027
- Music Business Worldwide: Grammys will keep Asian Pop category for 2027 as Stray Kids follow BTS
- Forbes: The Grammys Created An Asian Pop Category. BTS Said No.
- Grammy.com: BTS artist page (5 nominations, 0 wins)
- Grammy.com: KATSEYE artist page (68th Grammys Best New Artist and Best Pop Duo/Group Performance nominee)
- Billboard: 'Golden' from KPop Demon Hunters becomes first K-pop Grammy win
- NPR: Bad Bunny wins Grammy for album of the year
- IFPI: Global Music Report 2026
- The Korea Times: K-pop album exports top $100 mil. for first time in Q1
- The Korea Times: K-pop album exports hit record high of $257.48 mil. in H1
- The Hollywood Reporter: 2026 Grammy Awards TV Ratings Fall by 6 Percent
- Okayplayer: Tyler the Creator Calls Grammys Rap, Urban Categories 'A Politically Correct Way to Say the N-Word'
- Forbes: Is Tyla Afrobeats? Grammy Win Sparks Debate
- The Guardian: The west has a blinkered view of African music