L'IA ruba le battute parola per parola ai comici (e a differenza dei musicisti, nessuno verrà a salvarli)

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Il fronte del plagio perpetrato dalle intelligenze artificiali si allarga a un nuovo settore. Diversi cabarettisti stanno scoprendo che i loro monologhi vengono clonati per filo e per segno da avatar generati con l'IA: modelle digitali iperrealistiche, abiti succinti e movenze studiate a tavolino, capaci di macinare centinaia di migliaia di visualizzazioni recitando battute non loro (The Hollywood Reporter, Digital Music News).

I dettagli della vicenda sarebbero quasi comici, se non fossero sconfortanti. Il comico e creator George Brett Olson ha pubblicato un'analisi dettagliata in cui accusa un profilo Instagram generato dall'IA con oltre 300.000 follower di avergli rubato una routine intera, parola per parola. Non solo: l'avatar sfoggiava lo stesso outfit (riadattato per "massimizzare la carica erotica"), una scenografia praticamente identica a quella del locale in cui si era esibito e gesti sincronizzati al millisecondo sul ritmo delle sue battute. Come ciliegina sulla torta, il profilo fittizio rimanda a una pagina OnlyFans per monetizzare l'audience. L'ironia della sorte è totale: il pezzo sottratto a Olson parlava proprio della minaccia dell'IA sul lavoro e della complicità dei miliardari. «È la cosa più ironica che mi sia mai successa», ha commentato a THR.

Non è un caso isolato: è un vero modello di business

La disavventura di Olson non rappresenta un'eccezione. La comica Julia Jasunas (Comics Unleashed) ha messo a confronto una sua esibizione con il video di un profilo AI da 250.000 follower: l'avatar recita il testo fedelmente, riproducendo persino una battuta improvvisata che la Jasunas aveva rivolto a uno spettatore in sala (The Hollywood Reporter).

Il portale britannico di settore Chortle ha ricostruito i meccanismi di questo ecosistema: i profili predatori prendono di mira soprattutto le stand-up comedian donne, affidando i loro testi a personaggi digitali in déshabillé con la funzione di veri e propri "thirst trap", operando su scala industriale. Uno degli account più spudorati, battezzato "Aylen Skye", raccoglie centinaia di migliaia di visualizzazioni su TikTok; uno dei suoi video, clonato da un vecchio sketch di Sketch Show, ha superato quota 660.000 visualizzazioni. Tra i comici saccheggiati figurano anche Char Ramtin, Olivia Carter e Kait Calabrese (Chortle).

La dichiarazione rilasciata da Jasunas a Chortle coglie alla perfezione il nocciolo della questione: «È profondamente inquietante che qualcuno utilizzi donne generate dall'IA mezze svestite per recitare battute rubate, monetizzare tramite visualizzazioni e interazioni, e poi convogliare il traffico verso un account OnlyFans per incassare ancora di più, il tutto per una donna che non esiste nemmeno! Non c'è da stupirsi se si parla di epidemia di solitudine maschile».

C'è poi una beffa ulteriore: Jasunas, che lavora sotto pseudonimo artistico, ha faticato mesi per ottenere la spunta di verifica come comica professionista; al contrario, uno dei profili palesemente sintetici è stato verificato senza il minimo intoppo. I sistemi di identificazione dei social network non sono più in grado di distinguere chi produce il contenuto da chi lo ruba.

Cosa rispondono davvero le piattaforme

La presa di posizione più rilevante è arrivata direttamente dal numero uno di Instagram, Adam Mosseri, attraverso un commento ripreso da THR: «Non credo sia realistico pensare di bandire del tutto i contenuti IA dalla piattaforma. Sarà sempre più difficile individuarli, e non si tratta solo di robaccia (anche se sì, di spazzatura ce n'è parecchia). Il nostro obiettivo è dare più visibilità ai creatori di contenuti originali, e se un profilo IA copia sistematicamente il lavoro altrui, dobbiamo capire come intervenire. Non so ancora quale possa essere la soluzione, ma ne parlerò col team per approfondire la questione» (The Hollywood Reporter).

Tradotto dal gergo aziendale, il vertice della piattaforma dove si consuma il furto afferma quattro cose: (a) vietare l'IA non è un'opzione, (b) il plagio sistematico è un problema reale, (c) Meta proverà a capire cosa fare, (d) al momento nessuno ha la più pallida idea di come muoversi. Un portavoce di Meta ha poi allargato il campo, ricordando che la piaga interessa anche YouTube e TikTok (Digital Music News).

Il commento di Olson non fa sconti: «La cosa assurda è che, a conti fatti, questi account non violano i termini di servizio», ha dichiarato. «Stiamo assistendo in diretta ai vertici dei social media che ammettono: 'Ehi, stiamo costruendo qualcosa che distruggerà tutto', per poi non muovere un dito a tutela di nessuno».

La differenza con l'industria musicale: una questione di potere contrattuale

Se questo fenomeno appare diverso dallo scontro tra intelligenza artificiale e discografia, il motivo si chiama potere negoziale. Quando le etichette hanno ravvisato la violazione dei propri cataloghi da parte dei modelli generativi, sono passate subito alle vie legali: basti pensare a UMG e Sony, impegnate in tribunale per costringere il distributore DistroKid a dichiarare quanti brani generati dall'IA carica sulle piattaforme di streaming (Digital Music News). La musica conta su budget milionari per le cause legali, depositi di copyright formalizzati e una macchina giuridica collaudata.

La stand-up comedy non dispone di nulla di simile, e la natura stessa del mezzo complica le cose. Le battute sono brevi, la derivazione è facile da mascherare e proteggere legalmente un monologo comico è quasi impossibile nella pratica. Per un singolo artista, inviare notifiche di rimozione DMCA contro profili anonimi gestiti da bot equivale a svuotare il mare con un cucchiaio, mentre all'orizzonte nascono infiniti cloni. Persino l'unica difesa a cui i comici si affidavano — pubblicare clip per registrare una data certa del proprio pezzo — si è trasformata nell'esca perfetta: Jasunas ha confidato a Chortle di aver iniziato a condividere i suoi spettacoli sui social proprio per tutelare i testi, convinta che «pubblicare il proprio materiale garantisse una marcatura temporale che attestava la paternità dell'opera». Quella stessa marcatura temporale ora funge da catalogo da saccheggiare per i truffatori digitali.

L'altro lato della medaglia (e i suoi limiti)

La tesi di Mosseri poggia su considerazioni tecniche comprensibili: un divieto assoluto ai contenuti generati dall'IA risulterebbe inapplicabile su larga scala, rischierebbe di colpire anche usi creativi legittimi e finirebbe per spingere questo sottobosco verso spazi privi di qualsiasi moderazione. La teoria vorrebbe che la distribuzione premi l'originalità e che gli algoritmi di ranking imparino a penalizzare chi copia senza dover criminalizzare lo strumento tecnologico in sé.

Il tallone d'Achille di questo ragionamento risiede nel funzionamento attuale delle piattaforme, calibrate quasi esclusivamente sul livello di engagement. E i profili clonati, pompati dal formato ammiccante e dai rimandi a OnlyFans, stravincono la gara delle metriche contro gli autori a cui hanno sottratto il testo. Fino a quando gli algoritmi non declasseranno i contenuti in base alla reale provenienza, il proclama di voler "sostenere i creator originali" resterà una promessa vuota senza alcuna applicazione pratica.

La richiesta dei cabarettisti è tanto basilare da fare male. Jasunas l'ha riassunta così a Chortle: «Dobbiamo stabilire con serietà a chi appartengano i testi utilizzati e come remunerare chi li ha creati. Ci deve essere una responsabilità chiara quando il lavoro creativo viene rubato». Nel settore discografico, frasi come questa sfociano in citazioni in tribunale e decreti ingiuntivi. Nella stand-up comedy, si fermano alla promessa del capo di una piattaforma social che assicura: «ci daremo un'occhiata».

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